Minerva ( Rivista ufficiale della WritersEditor )

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Sono Minerva e sono una donna senza età.

Donna in un mondo di uomini che credevano di fermare il tempo. Io stessa sono il tempo, intatto su una pagina.

Il mondo tace, mentre le parole mi scorrono nelle vene. Senza rumore anche loro.

Sono Minerva e sono un’anafora, ricomincio sempre da un altro verso, a dispetto degli uomini, al cospetto dei secoli.

Sono Minerva e sono una fenice, rinata da ceneri di storie usate; io sono la musa di chi scrive e il foglio bianco di chi mente.

Io sono Minerva, donna come il nome che porto.

Sono Minerva quando un uomo scrive una poesia.

Sono Minerva quando il silenzio resta scritto e “muto”.

Minerva è lo spazio alla fine del periodo, la virgola che congiunge, la similitudine di due mani unite; Minerva è la mia terza persona: un’altra donna, un’altra faccia.

Io divento Minerva all’inizio di ogni nuova storia scritta. Io divento me ogniqualvolta nasca una parola.

Chi mi sente?

Divento Minerva nelle biblioteche, sui fiori tra le pagine; divento Minerva per chi non dimentica ciò che è scritto.

Divento me quando un bambino impara a leggere un libro, quando impara ad amarlo e a difenderlo. Divento.

Divento una frase senza complemento oggetto, divento gli occhi di chi legge e non muore di silenzio. Io divento chi non ha paura di dire qualcosa, chi impara da chi ha scritto.

Divento Minerva in questo viaggio che inizia. Divento Minerva sul capo di chi non mi sente, non mi vede, non mi chiama per nome.

Divento Minerva, l’altra lei.

Io parlo a Minerva e questo suono rimbomba. Io parlo di lei con lei.

Chi mi vede?

Nata dalla mia penna e dalla mia mano sporca d’inchiostro, lei è la mia metafora di verità, è il volto che ho immaginato tutte le volte in cui ho letto, ho imparato da chi scrive, ho scritto e lasciato qualcosa a qualcuno, attraverso le mie pagine. Ed è donna, ed è madre come tutte quante le parole.

Ho pensato a Minerva tutte le volte che da un pensiero è nata una storia; l’ho trovata dappertutto: sempre seduta e sempre muta.

E allora la prima pagina di questo cammino è dedicato proprio a lei: una donna per parlare di parole. Un escamotage sottile e laccato, che profuma di antico, per scovare e scavare i meandri della scrittura: di quella che già esiste, o che nasce ogni giorno, tutte le volte in cui su un foglio bianco viene scritta la prima parola. Come un vagito. Come la verità.

Chi scrive, ci racconta sempre una verità. Minerva mi contraddice quando dice di esser «il foglio bianco di chi mente», ma la letteratura vanta denaro e obblighi nei confronti della realtà da sempre. E chi scrive non mente. Mai.

Il più delle volte, le false allegorie che connotano le pagine che leggiamo, che qualcuno ha scritto per noi, sono “ritratti abusivi” della verità, come orecchini di ferraglia ai lobi di un’elegante signorina perbene. La letteratura è tutta un po’ abusiva, gli scrittori sono tutti un po’ abusivi.

Distorta in possibilità mancate e in surrealismi ostentati, la verità che raccontiamo si macchia sempre leggermente di piccole colpe veniali, che bilateralmente invertono il senso di marcia di quel sottile confine di demarcazione tra ciò che è vero e ciò che non lo è. E nel tribunale della verità letteraria, è chi mente che rimane impunito.

Agli angoli dei libri, le verità degli autori urlano silenzi che non si dimenticano. E una verità bisogna sempre tenerla stretta; e bisogna riconoscerla fra linee d’inchiostro e punteggiatura. La verità, quella invadente, che si nasconde ancora dietro porte aperte.

Bisogna ricordarlo, ripeterlo e ricordarlo ancora: chi scrive non mente. Mai.

Mi siedo accanto a Minerva su questo treno incurante, che fischia contro il cielo e contro la verità. Lei è ancora qui, non smette di parlare a se stessa, e, su questa pagina bianca, se la voce e la mano siano mie o sue non lo so più neanche io.

Parlo a Minerva affinché lei faccia lo stesso con gli uomini. Parlo a Minerva perché è fatta di parole e di anima.

Parlo a Minerva perché non posso farne a meno; parlo a Minerva perché non so tacere.

Io parlo a Minerva, alla mano e alla mente. E alla verità.

Le parlo come a una madre. Io parlo e lei diventa la mia voce.

Parlo a Minerva ora che è sera e il suono di questa storia è tutto ciò che resta dopo il giorno.

Parlo a Minerva, parlo a me stessa.

Chi mi chiama per nome?

È così che inizia questo viaggio. Una donna si è appena seduta sul treno, adesso che fuori piove. Lei è, diventa, parla. Io scrivo, leggo, rifletto. Ed è qui che rimarrò per tutto il tempo del viaggio, seduta e composta, fino al capolinea. Fino all’ultimo punto sull’ultima pagina.

A Minerva, una metafora nata in un giorno di pioggia.

Adriana

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